di Maurizio Gazzaniga

Un sorprendente viaggio alla scoperta del mondo invisibile nascosto all'interno di un acquario d'acqua dolce
 
 
 

 

Un acquario particolare.


Il nostro “particolare” modo di vivere il rapporto con la natura, che da sempre ha costituito un fattore determinante nella realizzazione di un acquario, ha certamente condizionato le scelte nell’allestimento di quello oggetto di questo articolo. Quando decidemmo di realizzare l’acquario “bonsai” di cui andremo a trattare, ci eravamo prefissi di ricreare qualcosa di diverso dal solito, che fosse una finestra affacciata su un “vero” angolo di natura in cui le piante rappresentassero l’elemento principale. Dunque, non un acquario di pesci oppure un acquario con pesci e piante come tanti; ma solo un acquario di piante e per le piante. Nella scelta di queste, inoltre, non ci si sarebbe dovuti basare soltanto su aspetti esterni di carattere morfologico quali la forma delle foglie od il colore; ma anche e, soprattutto, sulla base del ruolo ecologico che sarebbero andate ad esercitare all’interno della piccola vasca che ci accingevamo a realizzare. Certamente qualcuno potrà storcere il naso in merito alla nostra decisione di non ospitare pesci. Abituati come spesso siamo a considerare le piante quali organismi di un’inanimata staticità, non vi è da sorprendersi quantomeno dello stupore suscitato dalla nostra scelta. Eppure se provassimo ad accostarci al mondo che ci circonda con un atteggiamento diverso, più rilassato e lontano dalla caotica frenesia che ormai tutto pervade, capiremmo quanto un’attenta osservazione anche di qualcosa solo all’apparenza statico potrebbe svelarci. Così scriveva Konrad Lorenz in “L’anello di re Salomone”: “Se gettassi su di un piatto della bilancia tutto ciò che ho imparato a comprendere in quelle ore di meditazione di fronte all’acquario, e sull’altro ciò che ho ricavato dai libri, come rimarrebbe leggero il secondo!”
L’acquario come fonte di osservazione alla scoperta di sempre nuove trasformazioni. L’osservazione come mezzo indispensabile per ampliare le proprie conoscenze e le piante come uniche protagoniste insieme al “magico fiorire” di quei piccoli organismi che con la presenza dei pesci non avrebbero potuto trovare così ampio spazio. Ecco dunque il filo conduttore per ciò che ci apprestavamo a realizzare.


Figura 1. Una visione d'insieme dell'acquario durante la fase di sperimentazione.


Verso la realizzazione
La scelta di optare per un acquario bonsai, dato che la gestione sarebbe quasi interamente ricaduta sull’autrice, è stata la prima e forse la più semplice. Un acquario di piccole dimensioni prospettava una manutenzione certamente meno impegnativa, permettendo anche di giostrare con cambi d’acqua di proporzioni più contenuti. La scelta di un “layout” il più naturale possibile con la decisione di rinunciare a certe esasperazioni che fanno parte di un determinato modo di vivere questa passione, pur sempre con qualche modifica e personalizzazione, consentivano poi di orientare ulteriormente il tutto verso una gestione in cui l’intervento dell’uomo fosse estremamente limitato. Tutte le scelte successive avrebbero dovuto quindi sottostare a questa importante premessa. Volendo creare comunque un piccolo scorcio di natura dall’aspetto piacevole e non una sorta di groviglio confuso di piante, ma anche il gusto di indugiare nella fase di progettazione e documentazione fece sì che i tempi per la realizzazione si allungassero di qualche mese. Il fattore che più “preoccupava” era certamente quello relativo alla dimensione della vasca. Come riuscire a conciliare al meglio le sue piccole dimensioni con il desiderio di limitare al massimo ogni intervento? Anche se, coi suoi 25 litri netti, la vasca non era forse delle più piccole nell’ambito di questa tipologia, sicuramente questo dato di fatto ha influito non poco sulle scelte successive. Per non dover limitare troppo la varietà delle piante si decise di allestire un acquario senza riscaldatore: le basse temperature prevedibili per i mesi meno caldi avrebbero almeno in parte limitato la loro velocità di crescita consentendo d’introdurne anche ad accrescimento rapido senza per questo obbligare a continue ed estenuanti potature. Il nostro piccolo acquario temperato d’acqua dolce incominciava a prender forma.


Figura 2. L'acquario così come appariva a due mesi dall'allestimento. Prima di procedere oltre dovevamo però deciderne la collocazione assicurandoci di posizionarlo in un locale la cui temperatura non scendesse oltre determinati valori e la cui escursione termica quotidiana fosse limitata. Il soggiorno, dato che il nostro piccolo “laboratorio” era saturo di vasche, si rivelò come l’ambiente migliore anche per il motivo non trascurabile che la vasca sarebbe stata sempre sott’occhio per seguirne con precisione le piccole e grandi trasformazioni che sarebbero andate ad interessarlo nel corso del tempo. Non restava ora che scegliere il substrato più adatto.

Il terriccio come substrato per piante sommerse
Per il prevalere del desiderio di sperimentazione, di lontani ricordi d’infanzia, come anche a seguito della lettura di un vecchio testo risalente agli anni ’70, si decise di utilizzare come substrato per il nostro acquario terriccio per piante da giardino. Pur essendo abbastanza discordanti, i dati in letteratura indicano il terriccio quale fonte in grado di apportare azoto e carbonio organico, insieme ad importanti micronutrienti. Pertanto, il suo utilizzo come substrato ci pareva del tutto promettente e meritevole di sperimentazione. Ma che cos’è e come si ottiene esattamente il terriccio da giardino? Quali sono le caratteristiche che ci permettono di preferirne uno piuttosto che un altro? Nel corso degli anni i primi terricci per piante d’appartamento, da giardino od ortofrutticole, costituiti quasi esclusivamente o prevalentemente da terreno di giardino, vennero via via sostituiti con terricci “artificiali” intendendo con questo termine una miscela di terra costituita da materia organica, derivata da organismi viventi e di materia inorganica come ad esempio minerali. Si vennero così a trovare in commercio terricci aventi composizione e caratteristiche chimiche molto diverse e tali non solo da ovviare agli inconvenienti riscontrati nei primi commercializzati ma anche capaci di rispondere a specifiche esigenze di coltivazione di una grande varietà di piante. Questo ha condotto alla nascita, ad esempio, di terricci privi di calcare da utilizzare per piante calcifughe oppure terricci adatti alle bromeliacee ed alle orchideee che spesso, come molte piante epifite, vivono nel loro ambiente naturale su tronchi e rami degli alberi. I vantaggi dei terricci attualmente presenti sul mercato sono innumerevoli essendo stati studiati per offrire un prodotto la cui struttura non solo consenta un ottimale passaggio dell’aria o trattenga l’acqua creando un corretto equilibrio, ma che sia anche capace di fornire nutrienti secondo le diverse necessità di coltivazione. Riteniamo anche importante sottolineare il fatto che molti terricci non contengono microrganismi nocivi per la presenza di sfagno di torbiera, data la componente acida conferita dallo stesso. Il trattamento di pastorizzazione della miscela piuttosto che la stabilizzazione microbiologica a cui possono essere sottoposti alcuni suoi componenti li rende poi più sicuri riguardo alla presenza di parassiti e funghi. Esistono anche precise garanzie in termini di atossicità del prodotto. L’origine della materia prima ed il processo di produzione che in alcuni casi non prevede alcun trattamento chimico, permettono di ottenere un prodotto naturale e sano certamente adatto all’utilizzo in acquario. Un materiale di origine organica quale la torba rappresenta l’elemento base di molti terricci. Proprio la presenza di varie tipologie di torba come ad esempio le torbe bionde o quelle scure conferiscono le diverse caratteristiche che li contraddistingue. Altra torba spesso impiegata è quella irlandese nera ricca in acidi umici e fulvici capaci di migliorare la nutrizione delle piante rendendo più disponibili ed assorbibili gli elementi nutritivi e stimolando al contempo l’attività radicale. Tuttavia, al posto della torba si possono veder impiegati anche fibra di cocco e segatura. I terricci di questo tipo sono prodotti di poco pregio e dal minor costo che andrebbero scartati in partenza per dare la preferenza a quei prodotti i cui componenti rientrano nella composizione naturale del terreno. Altra importante componente organica dei terricci, paragonabile all’humus del terreno, è il compost. Si tratta di una una sostanza molto complessa la cui derivazione (attraverso un processo aerobio) può farsi risalire a scarti ligno-cellulosici od originatisi dalla manutenzione del verde ornamentale come anche da rifiuti solidi urbani derivanti da raccolta differenziata. Il processo produttivo del compost (Tabella 1) è un processo controllato ed ottimizzato di biodegradazione della sostanza organica del tutto paragonabile al processo di degradazione che si verifica in natura nel quale i microrganismi decompositori svolgono un ruolo insostituibile.


Tabella 1. Prodotti finali del compostaggio. La decomposizione controllata della sostanza organica consente la trasformazione della stessa in composti organici e in nutrienti inorganici meno complessi del materiale di partenza ma con caratteristiche variabili dipendenti dalla natura del materiale di partenza nonché dalla durata del processo.


Il compost è un materiale ricco di sostanza organica pregiata, di colloidi umici e sali minerali utili a migliorare la fertilità di terreni e terricci e capaci di conferire al terriccio anche il ruolo di ammendante. Il prodotto finale non comporta inoltre rischi di carattere igienico-sanitario rilevanti. Le elevate temperature raggiunte durante il processo rendono, infatti, sotto questo punto di vista il prodotto adatto agli scopi prefissi. L’aspetto finale è quello di un terriccio di colore scuro caratterizzato da un contenuto in sostanza secca superiore al 50-60%. Da un punto di vista strettamente biologico il compost è in grado di migliorare le condizioni di assorbimento da parte delle piante quale diretta conseguenza della biomassa microbica capace di caratterizzarlo. Un altro aspetto senz’altro da non sottovalutare è la presenza nei terricci di sostanza organica umificata e di acidi umici e fulvici capace di prolungare la disponibilità degli elementi nutritivi, sia derivanti da processi degradativi propri che da apporto di fertilizzanti. Un concime di origine naturale a lenta cessione di cui spesso sono arricchiti i terricci è la cornunghia. La cornunghia deriva dalla macinazione di corna e unghie bovine sottoposte a torrefazione per sterilizzarne e stabilizzarne la matrice organica. La presenza di cornunghia in un terriccio soggetto ad immersione dovrebbe garantire un buon apporto in azoto, fosforo, microelementi e vari composti organici per diversi mesi. In modo analogo la presenza in alcuni terricci di zeoliti cioè di minerali naturali dotati di forte capacità di trattenere selettivamente alcuni elementi nutritivi essenziali e di cederli con gradualità alle piante dovrebbe prevenire sia situazioni di eccesso quanto all’opposto di carenza nutrizionale. Il processo di formazione del compost è un processo molto diversificato. Diversi possono essere i materiali di partenza, diverse le loro proporzioni e diversa la durata del compostaggio. Tutti questi fattori incidono in modo rilevante sul livello finale in humus e componenti nutritivi determinando anche variazione del rapporto C/N finale (Tabella 2).


Tabella 2. Rapporto C/N nella sostanza organica. L’eterogeneità del materiale di partenza rappresenta uno dei fattori che incidono sulla composizione finale del compost come evidenziato dai dati in tabella. La durata del processo di compostaggio influenza inoltre in modo determinante il grado di maturazione del compost e quindi orienta verso il suo utilizzo.

Se pur per sommi capi, avendo visto che cos’è un terriccio da giardino, non ci resta che rispondere alla seconda domanda che ci eravamo posti all’inizio di questo paragrafo, cioè quale terriccio scegliere. Secondo la nostra esperienza un terriccio “ideale” dovrebbe possedere le seguenti caratteristiche:

  • Carbonio organico sul secco: 30%
  • Azoto organico sul secco: 0,6%
  • Acidi umici e fulvici sul secco: 7%
  • Rapporto C/N: 50
  • Rame totale sul secco: 150 ppm
  • Zinco totale sul secco: 500 ppm
  • Torba (%) sul tal quale: > 50%
  • pH: 6,0- 7,0
  • Salinità: 1,5-3,0 mS/cm a 20°C

La scelta di utilizzare un terriccio con caratteristiche igienico-sanitarie adeguate ha orientato verso un prodotto il cui compost derivasse unicamente da scarti vegetali provenienti dalle attività di manutenzione del verde ornamentale. Una volta individuato sul mercato un terriccio con tali caratteristiche, si allestì la vasca inserendone uno strato di circa 2 cm a cui venne sovrapposto uno strato di ghiaietto policromo per uno spessore approssimativo di circa 3 cm. Ovviamente, questo particolare rapporto non fu dettato dal caso ma da precise considerazioni che però esulano dal contesto di questa trattazione.


La scelta delle piante
Inserito il fondo, ed una piccola radice molto ramificata per completare un arredamento piuttosto semplice ma non per questo meno suggestivo, era finalmente giunto il momento di procedere alla scelta delle piante che sarebbero state le protagoniste indiscusse del nostro acquario insieme a quei micro e macro invertebrati di cui ci aspettavamo il “fiorire”.


Figura 3. Ostracode, campo scuro - 60x.

Considerando le dimensioni della vasca e la mancanza del riscaldatore, si perpetrò sin da subito una sorta di selezione naturale nei confronti di quali piante si sarebbero potute ospitare. Inoltre la scelta venne condizionata anche dalla non eccessiva disponibilità di radiazione luminosa che si sarebbe riversata nella colonna d’acqua ad opera di 2 lampade PL per un totale di 16 watt. Malgrado le limitazioni, quello che si cercò di ricreare era una corretta combinazione tra piante acquatiche e palustri non tanto secondo rigide regole di carattere estetico, a cui peraltro si diede la giusta importanza, ma anche e forse soprattutto in funzione della crescita e del ruolo che sarebbero andate ad esercitare nel regolare il piccolo ecosistema che stava nascendo. La prima ed indiscussa scelta ricadde volutamente su una pianta acquatica a crescita rapida, l’Egeria densa, conosciuta anche come “peste d’acqua” per le sue capacità infestanti. Proprio per questo ritenemmo che ben si prestava ad essere inserita in un acquario dove sin da subito si prospettava un’abbondante concentrazione di nutrienti. Inoltre, la temperatura per la maggior parte dell’anno sarebbe stata intorno ai 22 °C toccando anche valori di 19-20°C e dunque perfettamente rispondente alle sue esigenze. Nella parte centrale anteriore dell’acquario si decise d’inserire una Cryptocoryne wendtii tropica.



Figura 4. Cryptocoryne wendtii tropica.

Queste piante palustri associano all’aspetto decorativo del fogliame, la caratteristica di ancorarsi nel fondo con radici robuste e ben sviluppate, aspetto che non ci sentivamo di trascurare in un acquario nel cui fondo era stato inserito terriccio da giardino. La rizosfera che presumibilmente si sarebbe andata a creare intorno alle radici rappresenta l’ambiente aerobico idoneo all’instaurarsi dell’attività batterica indispensabile alla degradazione del materiale organico in forma disponibile ad essere assorbito dalle radici delle piante. Inoltre il cultivar della Tropica a fogliame marrone ci sembrava potersi inserire molto bene in un arredamento basato pressochè esclusivamente su elementi naturale. La colorazione non omogenea delle foglie ellittiche a margine ondulato dove marrone e verde si fondono in sfumature più o meno evidenti, talvolta conferendo un aspetto marmorizzato andava a richiamare il colore del legno posto in posizione centrale rendendo il tutto molto godibile.


Figura 5. Cryptocoryne wendtii tropica, campo chiaro - 400x. Ben in evidenza cellule e cloroplasti di queste spettacolari piante dell'acquario.

Più piccole ma non per questo meno decorative non potevano mancare a tenerle compagnia un gruppetto di Cryptocoryne becketti posizionate in primo piano davanti al legno. Le piccole dimensioni le rendevano adatta a completare la parte anteriore dell’acquario lasciando libero lo spazio centrale ad una pianta che potesse rappresentare il fulcro dell’acquario pur senza predominare sulle altre. Le caratteristiche chimico-fisiche dell’acqua parevano, inoltre, ideali all’introduzione di Vallisneria spiralis, una pianta che, per chi scrive, è sinonimo di acquario ed acquariofilia. Le sue foglie nastriformi a lamina stretta potevano completare la parte destra dell’acquario da cui poi estendersi attraverso l’emissione di stoloni sui vetri laterali o verso il fondo, senza soffrire per una eventuale scarsità di luce nella parte basale, dovuta alla crescita dell’Egeria e come vedremo in seguito alla presenza in superficie di Lemna minor. Lo sviluppo di un ampio apparato radicale rappresentava inoltre una caratteristica comune alle Cryptocoryne e, dunque, utile per le ragioni già esposte. Nella parte centrale posteriore, grazie anche alla conformazione dei legni, si era creato uno spazio che pareva perfetto per l’inserimento di una pianta di Microsorum pteropus. Questa felce d’acqua è stata inserita in acquario in modo che i rizomi potessero fissarsi gradualmente sul legno. Piantarla direttamente nel fondo con un substrato come il nostro avrebbe senz’altro decretato la morte della pianta. Tra l’E. densa e M. pteropus venne inserita una pianta a crescita rapida come Hygrophila polysperma. La sua crescita molto rapida ed invasiva sembrava male adattarsi ad un acquario bonsai a relativamente bassa manutenzione; tuttavia l’abbondante disponibilità di potature provenienti da un’altra vasca, ci convinsero a questo piccolo “strappo” delle regole che ci eravamo prefissi. Inoltre eravamo incuriositi dalla possibilità di seguirne lo sviluppo anche in emerso. Le lamine fogliari ellittiche verdi o verdi tendenti al giallo ben contrastavano con il verde intenso dell’Egeria e di Microsorum ed armonizzavano con le sfumature marroni della Cryptocoryne wendtii tropica.


Figura 6. Visione dall'alto della vasca in cui si pone in evidenza il rigoglioso sviluppo di Lemna minor. Visibile sul lato sinistro alcune foglie di Hygrophila polysperma che si apprestano a crescere sopra la superficie dell'acqua.

In ultimo non poteva mancare, come sempre una pianta “clandestina” come Lemna minor, le cui foglie contenenti microbollicine d’aria permettono alla pianta di fluttuare liberamente sul pelo dell’acqua e conferiscono ad un acquario aperto quel tocco di naturalezza in più che ci piaceva molto.


Figura 7. Altra visione di Lemna minor, in cui si pone in evidenza il particolare sviluppo dell'apparato fogliare.


Il bilancio di un'esperienza

L’obbiettivo principale che ci eravamo prefissi, all’inizio di questa nuova esperienza, era sicuramente la messa in opera di un sistema i cui interventi di manutenzione fossero molto ridotti. Inoltre, ci interessava porre in essere un ecosistema artificiale che non tracollasse dopo qualche mese di “spremitura”, ma che potesse durare molto ma molto più a lungo e, per quanto possibile, mantenendo inalterate determinate caratteristiche di layout. In tal senso è stata quindi fatta la scelta del fondo, delle piante, degli elementi d’arredo e dell’illuminazione. In particolare la scelta di un terriccio con caratteristiche adatte è la parte che si è rivelata come più problematica ed impegnativa; vuoi anche per la difficoltà di reperire sul mercato un terriccio capace di fornirci le garanzie che andavamo cercando. Per quanto concerne le piante si è cercato di porre in essere un giusto compromesso tra le loro varie esigenze e caratteristiche tenendo anche conto della disponibilità d’importanti elementi nutritivi come N e P e la presenza di CO2 derivanti dai processi degradativi all’interno della vasca. Quello che avevamo fatto era realizzare un ambiente in cui i processi naturali rappresentassero la base e non l’apice della piramide della vita. Solo ricreando un ambiente in cui si dà spazio ad ogni forma di vita, nel rispetto che gli si deve, anche alla più piccola, si può pensare di riuscire a realizzare qualcosa dove poter intervenire il meno possibile. E’ solo in sistemi come questi che, ad esempio, organismi come i gasteropodi o gli oligocheti, non sempre ben accetti dagli acquariofili e guardati con sospetto, vanno ad assumere un ruolo determinante nei processi di degradazione della materia organica. Il terriccio scelto si è inserito perfettamente in questa logica fornendo non solo quegli importanti elementi nutritivi di cui si è detto; ma andando anche ad esercitare un’azione regolatrice sul biota presente, certamente non trascurabile e per certi versi sorprendente. Il costante monitoraggio dei parametri chimico fisici (Tabella 3) nelle settimane e nei mesi successivi alla messa in funzione della vasca, ha rivelato un apporto quantitativamente importante di numerosi elementi nutritivi (Figura 8).


Tabella 3. La tabella documenta l’instabilità chimica dell’acqua dell’acquario nel primo mese dall’avvio e la stabilizzazione di alcuni parametri già in questo arco di tempo come è possibile notare dal confronto con i valori dell’ 82° giorno. Ad esempio la stabilizzazione del pH verso valori relativamente neutri segue un andamento del tutto sovrapponibile a quello documentato da altri autori per vari terreni terrestri dopo l’allagamento.


Figura 8.Nel grafico viene riportato quello che è su scala temporale l’andamento dei nitrati e dei fosfati nel nostro acquario bonsai nel primo mese di funzionamento. Il grafico evidenzia come il terriccio in questione sia un esempio indicativo di come in generale i terricci siano carichi naturalmente di macronutrienti che vengono rilasciati nell’acqua dell’acquario e resi disponibili per le piante. Quindi, in qualche misura, possiamo confermare i dati forniti da altri autori e ritenere che si sia aperta una strada in termini di terricci fertili in acquariofilia.

In particolare l’apporto in azoto e fosforo è stato in grado di sostenere per tempi medio-lunghi le esigenze delle piante senza alcuna necessità d’intervento. La crescita smisurata della Lemna (Tabella 4) ne ha rappresentato una delle prove forse più evidenti e tali da suggerirci, a causa della sottrazione in tempi molto rapidi dell’azoto dalla colonna d’acqua, di limitarne abbondantemente la proliferazione.


Tabella 4. Effetto del carico in nutrienti sulle foglie di una pianta galleggiante. La crescita “smisurata” e prolungata nel tempo della Lemna minor sia in termini di numero di piante che di numero e dimensione delle foglie per ogni pianta è testimone di un ambiente ricco di nutrienti indispensabili alla sua crescita suggerendo che questo tipo di pianta possa rivelarsi utile nella gestione naturale di un acquario il cui fondo è costituito da terriccio.


Anche la concentrazione del fosforo si è mantenuta elevata a lungo e su livelli molto alti ed impensabili in “normali” acquari. Tuttavia, questa disponibilità, non ha mai scatenato la proliferazione di alghe verdi filamentose non ramificate come quelle appartenenti al genere Oedogonium, caratteristiche, in particolare modo, durante le fasi di avvio di molte vasche. La ricerca e l’esame al microscopio avevano messo in evidenza anche un’“insolita” assenza di quei protisti fotosintetici che normalmente si accompagnano a tipologie di vasche certamente più comuni. Nessuna presenza di alghe rosse si è mai dovuta registrare. Questa tipologia algale è sempre stata completamente assente. Altri assenti importanti erano i cianobatteri. La ricerca ha prodotto solo dei risultati in concomitanza del filtro appeso a zainetto, dove qualche filamento di Oscillatoria princeps è stato messo in evidenza intorno al sesto mese. Ma oltre qualche sporadico filamento nella zona dove l’acqua ritornava nell’acquario formando una piccola cascatella non si sono potuti rinvenire da nessuna altra parte. La disponibilità di CO2 è sempre rimasta su livelli tali da garantire una buona crescita delle piante presenti e tale da non far rimpiangere la mancanza di apposito impianto d’erogazione della stessa. Se l’apporto in macronutrienti e in CO2 si è rivelato non necessario, non altrettanto si è potuto dire per quanto concernente i micronutrienti, (Figura 9), la cui assenza o bassa presenza ha suggerito sin da subito la necessità di un apporto esterno che fosse adeguato alle esigenze di crescita delle piante ospitate.


Figura 9. Nel grafico viene riportato quello che è su scala temporale l’andamento del ferro nel nostro acquario bonsai nel primo mese di funzionamento. Il grafico evidenzia che il ferro non è rilevabile nell’acqua della vasca in questione ma la crescita “ottimale” delle Cryptocorine sin dai primi giorni del loro inserimento in acquario, oltre che nei mesi successivi sembra confermare in modo indiretto la disponibilità per le piante di questo nutriente probabilmente presente nel fondo in forma disponibile.


Conclusioni
In conclusione di questa esperienza, i cui risultati non possono che definirsi incoraggianti, ci sentiamo di consigliare questa tipologia di vasche ad un’ampia fascia di appassionati per molteplici ragioni. Le piante introdotte, se pur con relativa lentezza, sono cresciute in maniera del tutto soddisfacente e, cosa importante, sostenute solo dall’aggiunta di una piccola dose settimanale di micronutrienti. Inoltre, malgrado la consistente presenza di N e P le alghe non hanno mai rappresentato un problema. Gli unici protisti fotosintetici di una qualche importanza, sono state le diatomee la cui copertura, però, ha riguardato quasi esclusivamente i vetri. Queste, hanno anche sostenuto per mesi uno sviluppo massivo di ostracodi che hanno dato “colore” alla vasca, rendendola più viva ed in ultima analisi dando l’impressione di trovarsi dinanzi a qualcosa di completamente naturale. Tuttavia, data la grande varietà di terricci presenti in commercio, i risultati ottenuti non si possono generalizzare in alcun modo e, dunque, non ci resta che raccomandare prudenza e cognizione di causa a chiunque volesse seguire le nostre orme.


Ringraziamenti
In conclusione non posso esimermi da ringraziare la dottoressa Claudia Scatola senza il cui prezioso aiuto questo articolo non avrebbe potuto veder luce.


Bibliografia

  • COLIN D. ROE (1968), Piante d'acquario. Acquario di Bologna. CHRISTEL KASSELMANN (1995), Piante d’acquario. Primaris. STRASBURGER (1982), Trattato di botanica. Antonio Delfino Editore. F. DEGLI INNOCENTI (2000), I metodi di laboratorio per misurare la biodegradabilità e la compostabilità delle plastiche. Biologi Italiani 8/2000. G. M. CARDILLO (1999), Il compostaggio: sistemi di processo e sue applicazioni. Biologi Italiani 9/1999.
  • R. BARGAGLI, E. DE LUCA, F. DEVOTO, L. MARTELLA, G. MASSARI (1997), Effetti del compost sullo sviluppo di piante spontanee e coltivate. Biologi Italiani 10/1997

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