Se Ben oltre una trentina d’anni fa quando ancora incominciavo a muovere i primi passi in campo acquariofilo, mi capitò di fare un incontro destinato a rimanere indelebilmente impresso nella memoria; uno di quegli incontri la cui particolarità ed il magico sapore non si perdono ineluttabilmente col trascorrere del tempo.

Figura 1. U. gibba, campo scuro - 100x.
Ancora rammento, infatti, quasi fosse stato ieri, la stupita meraviglia con la quale mi accostati all’osservazione di alcuni “strani” e sottili filamenti verdognoli a cui parevano agganciate tante sferette di colore più chiaro. Si andavano rapidamente accrescendo appena sotto la superficie dell’acqua, impigliati tra le foglie di Microsorum pteropus o Vallisneria spiralis in un acquario di 60 litri in funzione solo da poche settimane. Se ad osservarli ad occhio nudo avevo provato stupore, al microscopio quello stesso stupore dovette essere moltiplicato per mille. Con cosa avevo a che fare? Un’alga, una pianta o cos’altro? La risposta mi giunse solo di li a qualche mese, quando mi venne regalato un libro che ancora oggi fa bella mostra di sé nella mia libreria: “Piante d’acquario” di Colin D. Roe.

Figura 2. "Piante d'acquario" di Colin D. Roe.
Sfogliando le sue pagine patinate, dove erano riportati splendidi disegni sia in bianco e nero che a colori di numerose piante d’acquario riuscii finalmente ad avere risposte capaci di saziare, almeno in parte, la mia sete di conoscenza. Quella che stavo ospitando nel mio acquario era una piccola pianta carnivora conosciuta come Utricularia gibba. Da allora, ogni qualvolta mi capita d’incontrarla, non manco mai di riservarle un piccolo angolo in qualunque mia vasca, dedicandole sempre quell’attenzione che si dovrebbe riservare ad una vecchia e cara amica. Ma di che pianta si tratta esattamente? Quali sono le sue esigenze? E come può essere utilizzata? Vediamo di provare a rispondere attraverso questo breve articolo, andando alla scoperta di una piccola e curiosa “clandestina” dei nostri acquari
Utricularia gibba
In ambienti dove la penuria d’importanti elementi nutritvi come l’azoto può costituire la norma non è raro imbattersi in piante che non solo possono accrescersi con peculiarità proprie degli organismi fotoautotrofi, ma anche ed in parte con talune caratteristiche di quegli eterotrofi. Attraverso la cattura e la digestione per via extracellulare di piccoli animali e protisti possono, infatti, venire a disporre di una supplementare fonte di sostanza organica in grado di garantirne la sopravvivenza. Si tratta dunque di piante caratterizzate dalla presenza dei più svariati sistemi di cattura delle prede e genericamente indicate come carnivore od insettivore per la predilezione di talune per questa classe di artropodi. Malgrado tale loro peculiarità, occorre sottolineare che si tratta comunque di piante che si possono benissimo coltivare senza dover fornir loro alcun nutrimento animale purché sia garantito un ottimale apporto di nutrienti minerali.

Figura 3. Fusto di U. gibba, campo scuro - 200x.
Tra queste possiamo annoverare a pieno diritto quelle appartenenti al genere Utricularia ed ascrivibili alla famiglia delle Lentibulariaceae. La famiglia, che comprende sia piante acquatiche che terrestri, è caratterizzata dalla presenza di particolari organi vescicolosi in genere ben sviluppati ed adatti alla cattura delle prede, gli otricoli (vedi figura 1).

Tabella 1. Inquadramento sistematico di U. gibba.
U. gibba ha fusti particolarmente sottili di un colore verde pallido, in alcuni casi quasi tendente al giallognolo.

Figura 4. Otricolo di U. gibba, 200x. Visibile all'interno la sagoma di un copepode.
Sviluppa foglie aciculari e piccole vescicole con dimensioni massime di circa 2,5 mm; ma spesso anche molto più piccole e non subito facilmente identificabili ad occhio nudo. Le vescicole sono trappole aspiranti piene d’acqua la cui chiusura ermetica è garantita da un specifico opercolo munito di ciglia sensoriali. Quando qualche piccolo “animaletto” urta contro le ciglia, si verifica un’istantanea apertura dell’opercolo che causa il risucchio del malcapitato all’interno della trappola. Subito dopo l’opercolo torna alla posizione iniziale intrappolando la preda che non ha così più alcuna possibilità di sfuggire al proprio destino. Altri peli, questa volta presenti sulla parete interna dell’otricolo secernono esoenzimi, specialmente proteasi che ne attuano la digestione in un tempo variabile, a seconda delle dimensioni della preda, compreso tra i 15 minuti e le 2 ore. In acquario sue abituali prede sono piccoli crostacei come brachiopodi, ostracodi o copepodi, ma anche protisti , rotiferi e nematodi. In natura alla dieta si possono aggiungere piccoli anfipodi (crostacei) e minuscole larve d’insetti. Nelle piantine ospitate in acquario non ho mai avuto modo di osservare la presenza di rizoidi. In rapporto alle dimensioni, U. gibba, produce fiori “sproporzionati” (circa 8 mm) di un bel colore giallo intenso, capaci di innalzarsi dalla superficie dell’acqua di svariati centimetri. Malgrado se ne consigli la coltivazione in un acqua lievemente acida, non ho potuto riscontrare significative differenze di accrescimento anche in acqua con valori di pH compresi tra 7,5 ed 8,0. Nemmeno la durezza credo possa considerarsi un fattore di elevata importanza in quanto le mie pianticelle si sono sempre acclimatate bene tanto in acque dure quanto in acque tenere. Ottimale si è rivelata un’illuminazione intorno a 0,5 watt/l, anche se ho potuto coltivare con successo piantine con una luminosità nettamente inferiore, spesso facendo ricorso solo ad una modesta luce ambientale.

Figura 4a. Coltura di U. gibba .

Figura 4b. Altra coltura di U. gibba ottenuta sfruttando la sola luce ambientale.
Al contrario, la disponibilità di macronutrienti come N e P, ne ha sempre sensibilmente regolato la velocità d’accrescimento. Questa pianta, infatti, parrebbe necessitarne in concentrazioni elevate. Inoltre le sue capacità d’assorbimento, potrebbero farne un’agguerrita concorrente nei confronti delle alghe. Così scriveva Colin D. Roe nel testo citato in apertura: “…rappresenta la miglior specie del genere per gli acquari tropicali ed è molto usata per contrastare lo sviluppo delle alghe”. Oggi non si può certamente definirla come la miglior specie ospitabile in un acquario tropicale d’acqua dolce essendo comparse sul mercato acquariofilo “sorelle” come Utricolaria graminifolia certamente più adatte anche esteticamente; tuttavia, come vedremo nel prossimo paragrafo, la sua introduzione potrebbe rivelarsi preziosa da un punto di vista un po’ particolare.
Un'esperienza significativa
Al termine di una recente conferenza, dopo aver accennato di quale grande utilità nel controllo delle alghe avrebbe potuto rivelarsi l’impiego anche solo di un modesto microscopio da studio, quasi subito mi venne chiesto se fosse stato possibile presentare un esempio pratico che potesse illustrare quanto ero andato dicendo. In quell’occasione scelsi d’illustrare un’esperienza che ritengo senz’altro opportuno riproporre anche in questa sede in quanto esplicativa delle possibilità derivanti dall’impiego di un tale e prezioso strumento d’indagine quale può esserlo un microscopio. In una piccola vaschetta di 40 litri netti, prima di dedicarmi all’osservazione microscopica di alcune pianticelle di U. gibba, effettuai un certo numero di analisi. Da queste risultò che l’acqua era caratterizzata dai seguenti parametri:
T = 24,2°C
pH = 6,60
O.D. = 8 ppm
Cond. = 386 microS/cm
KH = 4°dH
GH = 8°dH
N-NO3 = 5 mg/l
P-PO4 = non rilevabili
Riportati i dati in agenda, passai all’esame microscopico della piantina oggetto del mio interesse. Con una pinzetta ne raccolsi una piccola porzione e la poggiai su di un vetrino portaoggetti. Operando con un microscopio stereoscopico a 20 ingrandimenti distesi poi la pianticella di modo da orientarla in maniera tale da creare non solo il minor spessore possibile ma anche condizioni ottimali da un punto di vista fotografico. Una volta soddisfatto, aggiunsi una goccia d’acqua distillata e coprii il tutto con un vetrino coprioggetti facendo attenzione a non causare la formazione di fastidiose bolle d’aria.

Figura 5. Otricolo di U. gibba , 400x. La superficie appare completamente sgombra da alghe.
Come documentato in figura 5 dall’esame microscopico, gli otricoli apparivano completamente puliti, cioè senza la minima presenza di alghe. Quella stessa sera, dopo aver scattato tutta una serie di foto, tornai a dedicarmi alla vasca per effettuarvi alcune operazioni di manutenzione. Queste comportarono la formazione di una sorta di densa nebbiolina derivante dal sollevamento di parte del fondo dove erano state introdotte alcune pastiglie di fertilizzante in corrispondenza delle radici di un Echinodorus ozelot che avevo deciso di destinare ad altra vasca. Ad una settimana esatta di distanza , ripetei le analisi:
T = 24,6°C
pH = 6,58
O.D. = 7,8 ppm
Cond. = 390 microS/cm
KH = 4°dH
GH = 8°dH
N-NO3 = 5 mg/l
P-PO4 = non rilevabili
Dopo aver ancora una volta annotato i risultati, presi una porzione di U. gibba con lo scopo di completare la sequenza fotografica di cui avevo bisogno. Sorpresa! Malgrado dai parametri chimico-fisici determinati non fosse intuibile nulla, all’interno della vasca qualcosa in realtà stava cambiando. Foglioline ed otricoli di U. gibba, infatti, incominciavano a ricoprirsi di alghe come documentato in figura 6 e 7.

Figura 6. Otricolo di U. gibba, 400x. Visibile sulla superficie un'alga verde filamentosa.

Figura 7. Otricolo di U. gibba, 400x. Ben in evidenza la formazione di varie tipologie algali.
Evidentemente la “nebbiolina” che avevo sollevato durante l’intervento di manutenzione risalente alla settimana precedente, si stava rendendo responsabile della “deriva” che il caso mi aveva permesso di cogliere anticipatamente prima cioè che gli effetti si rendessero visibili anche ad occhio nudo. Il buon senso in una simile occasione avrebbe imposto d’intervenire con qualche cambio ravvicinato d’acqua per cercare di ristabilire al più presto un corretto rapporto tra disponibilità e richiesta di nutrienti. Tuttavia, decisi di non effettuare questa semplice operazione allo scopo di meglio documentare quanto stava avvenendo anche attraverso una precisa identificazione delle specie algali coinvolte. Questo mi portò ad identificare con certezza 2 generi, Oedogonium e Scenedesmus, e 3 specie, Oedogonium capillare, O. crispum e Scenedesmus acuminatus, di alghe verdi che nel giro di qualche giorno si resero facilmente identificabili anche ad occhio nudo.
Conclusioni
In ambienti Da come ritengo non sia difficile intuire in virtù dell’esempio riportato, l’impiego di un microscopio in campo acquariofilo può rivelarsi indubbiamente prezioso potendoci fornire informazioni certamente più significative di quelle ottenibili attraverso le analisi alla portata di un comune appassionato. Pertanto, quando insorgono dubbi od anche periodicamente a scopo preventivo, un attento esame microscopico di tessuti fogliari, radici aeree o di altri apparati come nel caso esposto, ritengo possa permetterci di cogliere per tempo eventuali derive e di porvi facilmente rimedio. U. gibba, forse più di altre piante, per le sue dimensioni estremamente ridotte, per la semplicità con la quale si può allestire un vetrino e per il fatto non trascurabile di crescere appena sotto la superficie dell’acqua, in quella che può considerarsi una posizione “strategica”, si presta ottimamente allo scopo. Il suo impiego come pianta “indicatrice” è senz’altro auspicabile ed interessante oggetto d’indagine da parte di chi vuol meglio comprendere l’ecologia dei propri acquari; ma anche la biologia di una particolare clandestina dei nostri acquari.
Bibliografia
- COLIN D. ROE (1968), Piante d'acquario. Acquario di Bologna.
- CHRISTEL KASSELMANN (1995), Piante d’acquario. Primaris.
- STRASBURGER (1982), Trattato di botanica. Antonio Delfino Editore.
- DOMENICO LOSCIALE (2007), Utricularia graminifolia: una carnivora in acquario. AquaPlanta&ReefArt n° 12
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