di Maurizio Gazzaniga

Un sorprendente viaggio alla scoperta del mondo invisibile nascosto all'interno di un acquario d'acqua dolce
 
 
 

 

Oligocheti in acquario.


Nel mio acquario sono comparsi degli strani vermicelli biancastri. Che cosa sono? Debbo preoccuparmi?”. Chissà quante volte vi è capitato d’ascoltare o di leggere qualcosa del genere. O magari, anche voi stessi vi siete o vi state ponendo le medesime domande proprio in questo preciso momento. Cosa sono, dunque, questi strani “vermicelli” lunghi solo pochi millimetri, molto sottili, di colore biancastro, spesso capaci d’alternare frenetici movimenti peristaltici ad una completa immobilità? Scopo dell’articolo è proprio quello di rispondere a questa domanda e nel farlo, di guidarci alla scoperta degli oligocheti che normalmente si “nascondono” in qualunque acquario d’acqua dolce andando a costituirne un’importante componente.


Figura 1. Aeolosoma hemprichi, campo chiaro - 40x. Caratteristico oligochete facilmente rinvenibile nei filtri di ogni acquario.


Vermi metamerici
Gli oligocheti (classe Oligochaeta, letteralmente, poche setole) sono animali appartenenti ad una delle 3 classi in cui si solgono suddividere gli anellidi (phylum Anellida, dal latino anulus, anello) ovvero metazoi vermiformi conosciuti nel loro insieme come vermi metamerici a causa della segmentazione ad anelli (metameri) che li caratterizza. Le 3 classi in cui si possono suddividere gli anellidi sono:

  • Classe Polychaeta
  • Classe Oligochaeta
  • Classe Hirudinea

Alla classe Oligochaeta, si possono ascrivere circa 3500 specie. Alcune di queste sono comuni quanto spesso abbondanti abitatori delle nostre vasche. Si possono rinvenire nel ghiaietto, tra i detriti che si depositano sul fondo, tra le piante ed anche nei filtri. Alcune specie appartenenti al genere Chaetogaster od alla famiglia Aeolosomatidae, hanno dimensioni generalmente inferiori ai 500 micron (1 micron corrisponde ad un millesimo di millimetro) e, perciò, risultano difficilmente osservabili ad occhio nudo. Altre, di contro, potendo raggiungere lunghezze di qualche millimetro, come nel caso degli appartenenti al genere Stylaria, sono facilmente individuabili anche da osservatori non molto attenti.


Tabella 1. Inquadramento sistemico di Stylaria lacustris.


Generalmente negli oligocheti la metameria è ben evidenziata. Tra il lobo encefalico (prostomio) e quello anale (pigidio), a seconda delle specie, sono interposti da un minimo di qualche segmento sino ad alcune centinaia. Malgrado questi segmenti ci possano apparire identici o quasi fra di loro, la cosa non deve trarci in inganno, in quanto l’organizzazione metamerica esterna non sempre corrisponde a quella interna; cioè non tutti gli organi ed apparati sono soggetti a costante ripetizione segmento per segmento. La metameria non è ravvisabile o lo è soltanto superficialmente ad esempio, nell’apparato digerente, nei 2 vasi sanguini principali che percorrono longitudinalmente gli animali, nella muscolatura longitudinale e nel sistema nervoso addominale. Di contro è ravvisabile nei vasi sanguigni circolari che collegano quelli principali, nella muscolatura circolare, nei gangli nervosi del midollo addominale, nei nefridi o nei sacchetti di setole. In determinati generi, come Stylaria lacustris conosciuta anche come serpe di stagno, il prostomio si protende a formare una sorta di tentacolo capace di rendere il genere facilmente identificabile anche solo attraverso l’osservazione con una semplice lente d’ingrandimento.


Figura 2. Stylaria lacustris, campo chiaro - 40x. Gli oligocheti del genere Stylaria possono essere considerati come gli oligocheti "tipo" di ogni acquario. Gli oligocheti non posseggono paropodi.

Le specie acquatiche sono caratterizzate dalla presenza di setole di dimensioni generalmente maggiori di quelle riscontrabili nelle specie adattatesi alla vita terrestre. Il tratto digerente non risulta particolarmente complesso. La bocca, posta al di sotto del prostomio, da accesso ad una cavità boccale collegata a quella faringea in genere di maggiori dimensioni. Nelle specie acquatiche l’ingestione del cibo è determinata dall’estroflessione della faringe che agisce come una sorta di ventosa in grado di catturare le particelle alimentari. Alla faringe fa direttamente seguito l’esofago. La restante parte del tubo digerente è costituita dall’intestino che si estende come un lungo tubo dritto per tutto il corpo dell’animale. La parte anteriore è principalmente deputata alla digestione, mentre quella posteriore all’assorbimento.


Figura 3. Stylaria lacustris, campo chiaro - 100x. La caratteristica trasparenza di questi oligocheti consente di osservare in dettaglio la morfologia dell'apparato digerente.

Gli scambi gassosi, nella maggior parte degli oligocheti, avvengono per diffusione attraverso il tegumento essendo le branchie ad appannaggio di solo poche specie. Principale pigmento respiratorio è l’emoglobina che, però, non troviamo nei rappresentanti della famiglia Aeolosomatidae ed in altri oligocheti in genere caratterizzati da piccole dimensioni. Le specie che ospitiamo in acquario, normalmente sono in grado di tollerare bassi livelli d’ossigeno se non addirittura, se pur per tempi limitati, una sua totale assenza. Il sistema circolatorio è contraddistinto dalla presenza di due grossi vasi, uno vetrale e l’altro dorsale, che si collegano a vasi laterali presenti in ogni segmento. Caratteristici organi escretori sono i metanefridi, quasi sempre presenti in un paio per segmento fatto salvi quelli delle estremità sia anteriori che posteriori. Al contrario delle specie terrestri, che eliminano urea, nelle specie acquatiche si ha eliminazione di ammoniaca. Una funzione paragonabile a quella esercitata dal fegato nei vertebrati è ad appannaggio di un caratteristico strato cellulare che circonda l’intestino e che prende il nome di tessuto cloragogeno. Il sistema nervoso è caratterizzato da due cordoni ventrali fusi nello strato muscolare della parete del corpo. Il cervello è posto normalmente a qualche segmento di distanza dall’estremità anteriore. Ogni segmento è caratterizzato dalla presenza di tre o quattro coppie di nervi laterali con funzioni sia sensoriali che motorie. Ad eccezione degli Aeolosomatidae, sono riscontrabili caratteristiche fibre nervose giganti. Soltanto in poche specie acquatiche è possibile ravvisare la presenza di ocelli, particolari strutture facenti funzione di occhi. In ogni caso il tegumento, specialmente nella regione del prostomio, è provvisto di fotorecettori che consentono loro di percepire la luce. Caratteristica degli oligocheti è quella di manifestare uno spiccato fototropismo negativo nei riguardi di una forte intensità luminosa e di contro un fototropismo positivo nei confronti di una debole intensità luminosa. Gli oligocheti sono tutti ermafroditi cioè, ogni individuo è contemporaneamente sia maschio che femmina. Gli organi genitali si concentrano nella parte anteriore del corpo con i segmenti femminili posti dopo quelli maschili.Durante l'accoppiamento i partner si scambiano vicendevolmente gli spermi. Negli esemplari in possesso di maturità sessuale si evidenzia una particolare struttura associata alla riproduzione, che prende il nome di clitello. Nelle specie acquatiche, questo può avere uno spessore di una sola cellula. Le ghiandole del clitello non solo secernono muco per la copula, ma si rendono responsabili della costruzione della parete del bozzolo. Inoltre, secernono l’albumina entro la quale rimangono immerse le uova.All'interno delle uova lo sviluppo dei nuovi animali avviene in modo completo. Da queste, infatti, fuoriesce un piccolo oligochete del tutto simile ad un adulto ed in grado di condurre sin da subito vita indipendente. Per quanto concerne la riproduzione asessuale, quella forse più comune tra le specie ospitabili in acquario, è una divisione trasversale comportante la formazione di due o più nuovi individui, come facilmente osservabile ad esempio negli aeolosomatidi.


Ecologia in acquario
Come spesso accade per tutto ciò che di diverso da pesci e piante appare nelle nostre vasche, si guarda a questi animali con sospetto ed insofferenza e questo anche quando si è imparato a conoscerli meglio. Eppure gli oligocheti, andando a costituire un’importante componente di qualunque ecosistema artificiale a nome acquario, sarebbero meritevoli di ben altra considerazione.


Figura 4. Illuminazione mista - 400x. Cellule in decomposizione di pianta acquatica.



Figura 5. Oligochete, campo chiaro - 100x. Piccolo oligochete ritratto mentre "cammina" su una foglia di Riccia fluitans.

Come già si è accennato, le specie rinvenibili nelle nostre vasche, sono localizzate un po’ ovunque, dal fondo al filtro. Strisciano sulla vegetazione, su rocce e legni utilizzati come arredi, sui vetri qualora vi si ravvisi una certa copertura algale e nel fondo. Gli oligocheti si nutrono principalmente di detriti, cioè di materiale organico morto con una particolare predilezione per quello di natura vegetale. Se si vuole comprendere l’importanza di questi animali, occorre provare a seguire il destino di una foglia che, staccatasi da una pianta, si vada a depositare sul fondo di una vasca. Inizialmente la maggior parte delle cellule di cui è costituita è protetta dall’attacco microbico in quanto in grado di mantenere a lungo a propria integrità. Tuttavia quando qualche lumaca incontra questa foglia, porzioni di essa possono venire masticate per entrare nel tubo digerente dell’animale. Qui, spezzettata e triturata, incontra una nuova flora microbica ed è soggetta all’azione di vari enzimi digestivi. Alla fine del processo, ciò che ne rimane, emerge dall’intestino dell’animale come feci.


Figura 6. Feci di lumaca, campo chiaro - 100x.

In questo stato, frammentata e parzialmente digerita, la porzione di foglia risulta non solo molto più facilmente attaccabile dai batteri; ma può fungere da alimento per varie specie di oligocheti che ora sono in grado di nutrirsene. Ecco allora che questi resti vengono nuovamente triturati e digeriti per riemergere ancora come feci che a loro volta possono fungere da nuovo nutrimento per altri organismi. Così, passaggio dopo passaggio, la nostra foglia può arrivare ad essere completamente trasformata in CO2 e sali minerali. Quindi, come intuibile, si tratta di organismi con un loro importante e preciso ruolo della cui presenza non dovremmo stupirci ne allarmarci. Un acquario, come amo spesso ripetere, è qualcosa di molto ma molto più complesso di un semplice contenitore per piante e pesci. Quando allestiamo un acquario, grande o piccolo che sia, quello che facciamo, più o meno consapevolmente, è l’andare a ricreare un vero e proprio ecosistema con tutte le implicazioni che questo comporta. Ovviamente, il nostro è un ecosistema artificiale, dipendente sotto vari aspetti dal nostro operato; ma per il quale non possiamo non considerare valide le stessi leggi applicabili in un analogo ecosistema naturale. Gettando uno sguardo ad una qualsiasi vasca allestita e funzionante da qualche tempo, possiamo facilmente individuare due estremi: quello costituito dai produttori primari (piante ed alghe) e quello finale dei decompositori (batteri). Tra questi va ad inserirsi una complessa quanto eterogenea catena di consumatori di cui gli oligocheti ne costituiscono una importante componente. Prettamente detritivori sono i piccoli oligocheti apparetenenti al genere Aeolosoma, mentre alcuni membri del genere Chaetogaster sono predatori di amebe, ciliati e rotiferi. Sebbene talune specie abbiano adottato uno stile di vita parassitario nei confronti di alcuni gasteropodi, non si conoscono oligocheti parassiti di pesci. In generale, si può dire che gli oligocheti rappresentino un’ottima fonte di nutrimento per la maggioranza delle specie di pesci che ospitiamo nei nostri acquari. In alcuni casi la loro presenza può arrivare ad essere tale da sostenere anche per svariate settimane piccoli pesci come i guppy.


Come riconoscerli ed osservarli

Fra i tanti problemi che deve affrontare un acquariofilo vi è certamente quello di riuscire a comprendere cosa siano o meglio a quale divisione o classe appartengano tutti quegli organismi vermiformi che possono comparire nel proprio acquario. Questo può risultare di una certa importanza, ad esempio, nel momento in cui si stia tentando di riprodurre una data specie in quanto certi turbellari possono danneggiare le uova. Si può comprendere quindi la necessità, in certi casi, di poter conoscere esattamente la natura di ciò che si sta osservando.


Figura 7. Chaetogaster sp., campo chiaro - 100x. Caratteristico oligochete dal comportamento predatorio rinvenibile tra i detriti,nel fondo e sulle foglie delle piante.


Come facilmente intuibile l’identificazione ad occhio nudo, pur ponendo dei pesanti limiti non di meno ci consente un certo discernimento a livello di divisione o classe. Alla nostra vista gli oligocheti, nella maggior parte dei casi, ci appaiono come dei sottili filamenti biancastri lunghi alcuni millimetri. Quando in balia della corrente non è difficile osservarvi un alternarsi di completa immobilità a rapidi movimenti peristaltici che fanno apparire l’animale come attraversato da onde. Molto più difficile è osservarli sui vetri. Solo in presenza di una consistente copertura algale ciò si può verificare. Quindi quando si vede strisciare qualcosa su un vetro ed in particolare se quello frontale, soggetto a frequenti pulizie, è molto più probabile che si abbia a che fare con platelminti, ovvero con animali appartenenti a tutt’altra divisione. Sulla base di determinate caratteristiche di movimento, come anche di localizzazione all’interno della vasca, è possibile risalire per lo meno a quale classe appartengano gli organismi che si stanno osservando:

  • Turbellari. Generalmente i vermi piatti o platelminti sono osservabili sui vetri, sia in presenza o meno di un evidente copertura algale. Sono caratterizzati da un movimento strisciante piuttosto fluido.
  • Oligocheti. Normalmente sono osservabili in piena acqua, in particolare quando si sono smossi dei detriti. In queste circostanze ci appaiono a tratti completamente immobili ed in balia della corrente ed a tratti attraversati da rapidi movimenti peristaltici di natura ondulatoria. Qualora osservabili sui vetri, il movimento è molto più scomposto rispetto a quello riscontrabile nei turbellari non potendosi ravvisare alcuna impressione di scivolamento sulle superfici.
  • Irudinei. Le sanguisughe sono osservabili solo su qualche superficie dove, se immobili, ricordano per forma certi turbellari. Il movimento è inconfondibile, comportando l’avvicinarsi delle due estremità del corpo l’una all’altra ed un suo contemporaneo inarcamento.
Alle difficoltà derivanti dai limiti delle nostre capacità visive, si può porre rimedio imparando a servirsi di lenti capaci d’ingrandire un oggetto da 5 a 20 volte. Queste, infatti, sono in grado di fornirci un economico quanto prezioso aiuto. Tuttavia, è solo attraverso la visione al microscopio composto che possiamo sperare di spingerci sino al livello di genere o specie. Più spesso di quanto si creda, alcuni osservatori, incontrano una qualche difficoltà nel distinguere certe piccole planarie da altrettanto piccoli oligocheti. Eppure vi sono precise caratteristiche morfologiche come la presenza di metameria (anche solo accennata) e di setole che dovrebbero consentirci di non commettere errori attribuendo alla divisione degli anellidi e non ad altre gli organismi in cui queste si vadano a ravvisare. La maggioranza degli oligocheti osservabili in acquario sono caratterizzati da una grande trasparenza che fa di loro soggetti particolarmente appetibili per l’osservazione microscopica.


Conclusioni
In conclusione di questo breve articolo, non si può che ribadire l’importanza ecologica attribuibile a questa classe animale che dovrebbe portarci a guardare a loro non con sospetto ma bensì con quell’ammirazione che dovremmo avvertire verso chi all’interno delle nostre vasche compie quel lavoro così prezioso di cui si è accennato. Ospiti indispensabili, dunque, e non nemici come talvolta qualcuno vuole presentarli, parte integrante di quel complesso ecosistema artificiale che è un acquario.


Bibliografia
  • HEINZ STREBLE, DIETER KRAUTER (2002), Atlante dei microrganismi acquatici. Franco Muzzio Editore.
  • PURVES, ORIANS, HELLER, SADAVA (2002). Biologia: l’evoluzione della diversità. Zanichelli.



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