di Maurizio Gazzaniga

Un sorprendente viaggio alla scoperta del mondo invisibile nascosto all'interno di un acquario d'acqua dolce
 
 
 
Patine oleose & CO. - Seconda Parte


Eccoci dunque giunti nella seconda parte dell’articolo. In questa, leggibile anche separatamente dalla precedente, voglio affrontare caso per caso alcune delle “questioni” più dibattute in campo acquariofilo e spesso oggetto di notevoli dubbi e perplessità. Si tratta, ovviamente, di questioni imputabili a quella componente microbiologica alla cui conoscenza si è cercato d’introdurre nella prima parte.
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Figura 6. Patina superficiale particolarmente spessa registrata in una vaschetta priva di filtro, 400x.


Patina oleosa superficiale

Nella sezione dedicata ai batteri nella precedente parte dell’articolo, si è visto come questi possano essere percepiti visivamente solo quando il loro numero li porta ad assumere dimensioni tali da mostrarceli sotto forma di aggregazioni di un qualche tipo. Ebbene, la patina oleosa che si forma sulla superficie dell’acqua e che viene sempre guardata con una sorta d’impotente costernazione da parte di molti acquariofili costituisce proprio una di queste caratteristiche aggregazioni. Come si è detto i batteri sono in grado d’ interagire con qualsiasi superficie sommersa, ghiaietto, rocce, legni, piante, vetri, etc, aderendovi e colonizzandole. Questo è determinato da precise ragioni di sopravvivenza che li porta a raggrupparsi, organizzandosi la dove vi sia una maggiore disponibilità di nutrienti; disponibilità che più facilmente viene a palesarsi su di una qualunque superficie sommersa piuttosto che in piena acqua. Così come possono accumularsi su ogni superficie sommersa per ragioni di carattere elettrostatico, allo stesso modo i nutrienti lo possono fare sulla superficie dell’acqua anch’essa in grado di esercitare questo tipo di attrazione. L’abbondanza che si va in questo modo a determinare, funziona da richiamo per molte specie batteriche che in breve tempo sono in grado di dare origine a sottili pellicole (biofilm) in genere dello spessore di pochi micron.
Ma, al di la di queste necessarie spiegazioni, credo che di fronte a tale “fenomeno” in molti non possa che sorgere spontanea una ben precisa domanda: che fare, come comportarsi?
Se nel nostro acquario siamo stati capaci di permettere, attraverso tutta una serie d’accorgimenti e soluzioni che però esulano da questo contesto, l’instaurarsi di un corretto rapporto tra produttori, da intendersi principalmente come macrofite, consumatori e decompositori, ritengo che non si debba fare assolutamente nulla se non forse registrare il fenomeno e seguirne lo sviluppo.


Figura 7. Ciclydium sp., 400x. Piccolo e comune ciliato facilmente osservabile in qualsiasi patina superficiale.


Fintanto che in acqua vi saranno specie chimiche dotate di carica elettrica e sempre vi saranno, non possiamo ragionevolmente aspettarci che questa patina non si vada a costituire in maniera più o meno visibile sulla superficie dell’acqua. L’unico modo per cercare di evitarne la formazione potrebbe essere quello di creare una forte turbolenza superficiale attraverso il tubo di mandata del filtro o mediante l’impiego di un aeratore. Soluzioni queste che però condurrebbero inevitabilmente ad un’eccessiva dispersione di CO2, senz’altro non auspicabile nella maggioranza delle vasche. Comunque e normalmente, tale patina tende a stabilizzarsi nel tempo, a raggiungere un suo equilibrio, quello stesso equilibrio a cui tende qualsiasi altra comunità di viventi. In molti casi diviene talmente sottile da non rendersi quasi visibile influendo solo minimamente sul nostro piccolo ecosistema, principalmente impedendo a parte della radiazione luminosa di riversarsi dentro la colonna d’acqua. Nemmeno gli scambi gassosi tra aria ed acqua ne risultano più di tanto penalizzati, almeno non nella maggioranza dei casi. Solo in vasche sovraffollate, con una filtrazione inadeguata e con un livello d’ossigeno attestato costantemente su bassi valori di saturazione sarebbe ragionevole attendersi qualche problema. In tutti gli altri casi non ritengo valga la pena di preoccuparsene più di tanto, ne ritengo si debba intervenire meccanicamente per rimuoverla, sia creando una maggiore turbolenza superficiale sia intervenendo con fogli di giornale od altri espedienti similari per cercare di assorbirla.


Ciuffi cotonosi
“Sui legni del mio acquario è comparsa una sorte di mucillagine biancastra. Di cosa si tratta? Debbo preoccuparmi?”.
Chissà quante volte vi è capitato di leggere e magari con diversa cognizione di causa di rispondere a domande come questa. Personalmente ho smesso di contarle. Ma di che cosa si tratta veramente? Batteri? Funghi? O di che altro ancora?
Come sa bene chiunque possieda un microscopio ed abbia una sufficiente esperienza, quella che può venirsi a determinare sulla superficie di un qualsiasi legno rimasto sommerso per un certo periodo di tempo è una sorta di biocenosi dove batteri e muffe mucillaginose in primo luogo ed in diversa misura concorrono a creare quelle caratteristiche masse più o meno cotonose che spesso ci capita di osservare. Quando il loro aspetto è più grigiastro e gelatinoso, in genere sono i batteri a predominare. Di contro se l’aspetto è più cotonoso, in genere si tratta di muffe. La certezza però, com’è anche intuibile, può venirci solo da un attento esame al microscopio.



Figura 8. Vorticella, visibile al centro della foto, 400x. Si tratta di un protozoo ciliato comune ospite delle associazioni di cui si discute nel testo.

Lo sviluppo di batteri, funghi e muffe mucillaginose attrae anche molti altri organismi che vanno ad animare queste sorte di piccoli micromondi (vedi figura 9) vere e proprie miniere d’oro per gli appassionati di microscopia ed il cui studio può essere di estremo interesse anche al fine di determinare il succedersi delle varie specie a seconda del livello di “maturazione” raggiunto da una determinata vasca.
Stabilito anche in questo caso di cosa si tratta, non ci rimane che rispondere all’altra domanda che normalmente ci si sente porre e cioè se ci si debba o meno preoccupare di fronte a manifestazioni del genere. La risposta è no, naturalmente. Queste formazioni, per quanto impressionanti e dall’aspetto poco gradevole, sono destinate, per tutta una serie di ragioni, a scomparire gradualmente nell’arco di qualche settimana. Molto più rapidamente quando vi siano presenti o si vadano ad introdurre specie fitofaghe (lumache e pesci) che se ne possano nutrire. Pesci come Otocinclus affinis ed Ancistrus dolichopterus sono in grado di far sparire tutte le muffe presenti sui legni di una vasca nell’arco di una giornata. Il fatto che dopo un certo tempo non si veda più nulla, non deve però trarci in inganno perché se prelevassimo campioni dalla superficie dello stesso legno troveremmo ugualmente quella varietà di viventi, che si era potuta ravvisare inizialmente. Alcune specie saranno certamente scomparse, altre si saranno ridotte di numero, altre di contro saranno aumentate e nuove specie ancora avranno fatto la loro comparsa sulla scena di questo piccolo teatrino della complessità della vita che può essere un acquario.



Figura 9. Ife fungine chiaramente visibili tra le foglie di un muschio, 100x.


Un annoso dilemma
“Bollire o non bollire”. Così, distorcendo i versi di una famosa opera letteraria si potrebbe sintetizzare quello che certamente rappresenta un vecchio motivo di discussione. Molto spesso, infatti, si consiglia di sterilizzare attraverso la bollitura qualsiasi legno o radice che si voglia andare ad introdurre in vasca.
Ma davvero dobbiamo farlo? Considerando che i batteri, per quanto ci riguarda, svolgono un ruolo insostituibile nei cicli della materia non è forse un controsenso quello che ci viene suggerito?
Se, dopo aver acquistato una radice, la facessimo bollire per una ventina di minuti riusciremmo senz’altro ad uccidere, ad esempio, tutte le cellule vegetative batteriche; tuttavia la cosa potrebbe non sortire alcun effetto sulle eventuali ed in genere abbondanti endospore presenti. Questo perché le specie capaci di produrle hanno sviluppato differenti gradi di resistenza nei confronti del calore e dunque potrebbero richiedersi tempi ben superiori ai soli 20 minuti da noi impiegati. Molti batteri vengono distrutti da pochi minuti di bollitura com’è il caso di Bacillus anthracis, altri invece richiedono tempi molto ma molto più lunghi come nel caso degli oltre 450 minuti necessari a sterilizzare una sospensione di Bacillus stearothermophilus. Inoltre, a complicare la cosa, va detto che esistono specie batteriche capaci di produrre endospore che non germinano senza essere prima state sottoposte a schock termico, cioè sino a quando non vengano esposte ad elevate temperature.
Quindi in sostanza, con la bollitura di legni o rocce da introdursi in vasca non facciamo altro che perpetrare una sorta di selezione senza alcuna particolare utilità e non impediremmo certo lo sviluppo di muffe e batteri che in qualsiasi momento, presenti tutt’intorno a noi come Bacillus mycoides un comune contaminate dell’aria, di tornare a colonizzare ciò da cui l’avevamo strappato.



Schiume superficiali
Di quando in quando sulla superficie dell’acqua, sia in vasche di recente allestimento che in vasche funzionanti da diverso tempo, è dato registrare la formazione di schiume di varia consistenza e persistenza, spesso nelle vicinanze del tubo di rimando dell’acqua proveniente dal filtro.
Di che si tratta? Ma soprattutto, dobbiamo considerare la loro comparsa quale un serio motivo d’allarme?
Tra le cause più frequenti di cui mi voglio occupare e che intervengono a determinare la comparsa di queste schiume vi è senz’altro da annoverare quella imputabile a sostanze umiche quali acidi umici e fulvici rilasciate dai legni usati come arredi. Quindi è perfettamente normale, in acquari appena allestiti, poter notare queste schiumette peraltro destinate ad esaurirsi una volta che si incominciano ad effettuare i periodici cambi d’acqua. La loro presenza non deve pertanto ingenerare alcun motivo di preoccupazione. In acque anche molto ambrate e ricche dunque di quelle sostanze umiche sopra citate e con tendenza a formare lievi schiumette superficiali ho allevato per anni e con successo molte specie di caracidi.
Diverso discorso si può fare quando la presenza di queste schiume si verifica in vasche “mature” e dunque in funzione già da diversi mesi. In questo caso ed escludendo prodotti chimici di varia natura, la loro comparsa potrebbe essere imputabile a tensioattivi di origine batterica. I principali organismi responsabili di questo “fenomeno” sono attinomiceti di forma filamentosa e ramificata facili da identificare all’interno di queste schiume. La loro insorgenza sovente va imputata ad un cattivo funzionamento del filtro generalmente dovuto ad un eccesso di carico organico. In questi casi occorre:

  • Ridurre il carico organico derivante dai pesci o da un eccesso di alimentazione
  • Aumentare, per qualche settimana, la frequenza dei periodici cambi d’acqua
Qualora con tali espedienti non si sortisca alcun effetto, occorre:
  • Svecchiare il “fango biologico” presente nel materiale filtrante deputato a tale funzione
Lo svecchiamento si attua sciacquando il materiale filtrante come ad esempio i cannolicchi con acqua dell’acquario in una bacinella in occasione di un periodico cambio d’acqua.


Acqua lattiginosa
L’ultimo “fenomeno” che ci accingiamo ad affrontare e che proprio non si sarebbe potuto ignorare, vuol essere quello dell’acqua “lattiginosa”. Questo perché ritengo che siano davvero pochi gli appassionati che possano affermare di non aver mai assistito, con una sorta di stupore misto a sgomento, alla trasformazione dell’acqua di una propria vasca in qualcosa di lattiginoso e maleodorante. In genere questo si verifica a qualche giorno di distanza dall’allestimento ed è abbastanza improbabile che il problema possa presentarsi in vasche ben avviate, con un giusto equilibrio e con un alto contenuto di ossigeno disciolto, la cui presenza venga garantita non solo dagli scambi gassosi tra aria ed acqua ma anche dai processi fotosintetici perpetrati da un’abbondante vegetazione.
Ma di cosa si tratta? Cosa accade alla nostra acqua? Anche in questo caso, com’è avvenuto nei precedenti, ci troviamo a confrontarci con processi di natura microbica facilmente spiegabili e del tutto naturali.
Quale conseguenza di un lavaggio non molto accurato del ghiaietto o, molto più facilmente, a causa di un substrato fertilizzato troppo ricco, mal dosato, etc., si può verificare un eccessivo quanto esponenziale sviluppo batterico che, in concomitanza con un meccanismo di riaereazione non adeguato, conduce in breve all’esaurirsi di tutto l’ossigeno molecolare (O2) disponibile all’interno della vasca. L’acqua diventa lattiginosa a causa dell’enorme quantità di cellule batteriche che si vanno a sviluppare ed il passaggio ad un metabolismo di tipo anaerobio da parte di molte specie, porta alla formazione di sostanze tossiche e maleodoranti come l’idrogeno solforato (H2S) che deriva dalla riduzione dei solfati, in genere sempre abbondantemente presenti, ad opera di batteri cosiddetti solfato-riduttori.




Figura 10. L'abbondanza di nutrienti che, per svariate ragioni, può palesarsi all'interno di una vasca è capace di portare ad uno sviluppo massivo di batteri determinando il fenomeno dell'acqua lattiginosa. Quando vengono meno le condizioni che ne avevano permesso lo sviluppo massivo,i batteri tornano ad attestarsi su valori d'equilibrio.


Come dobbiamo comportarci difronte a casi del genere in vasche di nuovo allestimento e non ancora popolate? Certamente non lasciandoci prendere dal panico o dalla frenesia di voler fare qualcosa a tutti i costi, magari cominciando ad effettuare continui cambi d’acqua o peggio andando ad introdurre anche in maniera sistematica nuovi batteri con qualcuno dei molti prodotti disponibili in commercio. Le uniche cose di un qualche senso, possono essere:

  • Aumentare la portata della pompa del filtro qualora l’avessimo regolata su livelli più bassi. Alzare il tubo di mandata del filtro di modo che venga a trovarsi ben al disopra della superficie dell’acqua.
  • Introdurre eventualmente in vasca una pietra porosa da collegarsi tramite un tubicino ad un aeratore e da lasciarsi in funzione sino a qualche giorno dalla risoluzione del problema.
Può darsi che occorra un po’ di tempo ma, come mostrato anche dal grafico in figura 12, dopo qualche giorno la biomassa batterica presente torna ad attestarsi intorno a livelli da considerarsi ottimali in una vasca in maturazione e l’acqua ad essere nuovamente cristallina ed a non odorare più di uova marce.


Conclusioni

Con questa sinetetica panoramica su alcuni dei “fenomeni” più inquietanti determinati dalla componente microbiologica caratteristica di ogni vasca, spero di aver contribuito a farli guardare sotto una diversa luce e non, come quasi sempre accade, come a qualcosa di avulso dal contesto acquario. Un acquario, infatti, non è ne può essere un semplice ed immacolato contenitore per piante e pesci; ma un qualcosa di molto ma molto più complesso, retto da protagonisti quasi sempre invisibili ai nostri occhi.


Bibliografia

  • HEINZ STREBLE, DIETER KRAUTER (2002). Atlante dei microrganismi acquatici. Franco Muzzio Editore.
  • POLSINELLI, GALIZZI, MAZZA, SICCARDI (1983). Microbiologia. Boringhieri.

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