Alghe, ancora alghe e sempre alghe. Così, con queste poche parole si potrebbe forse sintetizzare una delle maggiori problematiche capace di affliggere da sempre chi si avvicina al mondo dell’acquariofilia. Ma queste o, più correttamente i protisti fotosinteici, sono davvero quella sorta d’inarrestabile flagello biblico quale spesso si è indotti a considerarli? O, molto più realisticamente, alla base del loro indubbio successo vi sono precise responsabilità imputabili agli acquariofili? Proviamo a scoprirlo, se pur con tutti i limiti imposti dalla vastità dell’argomento, attraverso questo semplice articolo, nella speranza di riuscire a strappare qualche piccolo segreto a questi importanti ospiti delle nostre vasche che ci possa permettere di guardarli con occhi leggermente diversi da come, forse, avevamo fatto sino ad oggi.

Figura 1. Panoramica di alcune tra le più comuni alghe, ospitate in un acquario d'acqua dolce tropicale. Campo chiaro, 400x.
Come partire correttamente
Normalmente, quando si decide di allestire un acquario, si eseguono tutta una serie di operazioni che fanno parte di una pratica ormai andatasi largamente consolidando nel corso degli anni, ma alla quale è attribuibile una certa fetta dei nostri problemi con le alghe. Dopo aver acquistato una vasca e provveduto a dotarla di tutto il corredo tecnico necessario, in genere si procede in questo modo:
- Si posizionano il fondo, legni e rocce
- Si riempie l’acquario e si mette in funzione il filtro.
A questo punto, molti acquariofili, hanno già commesso un primo e fondamentale errore, non avendo introdotto immediatamente le piante. Spesso, anzi, si lasciano passare intere settimane prima di farlo permettendo alle sostanze nutritive presenti in vasca di rendersi disponibili a sostenere lo sviluppo delle alghe. Inoltre si privano i batteri nitrificanti, cioè quei batteri responsabili dell’ossidazione dell’azoto ammoniacale (NH3/NH4+) in nitriti prima (NO2-) e nitrati poi (N3-), di un’ulteriore ed importante superficie d’appoggio su cui andare a svilupparsi. Altra conseguenza non trascurabile è quella che comporta un forte ritardo nell’insediarsi di quella biodiversità fatta di organismi spesso invisibili, ma non per questo verso meno importanti, che si accompagna all’introduzione di qualsiasi pianta e che nel tempo va a costituire il cuore di ogni vasca.

Figura 2. Alghe verdi filamentose appartenenti al genere Oedogonium. L'interruzione della somministrazione di micronutrienti ne ha scatenato l'abnorme sviluppo.
Frequentemente, la luce che filtra attraverso una finestra è più che sufficiente a sostenere un certo sviluppo algale anche quando a noi non parrebbe proprio possibile.

Figura 3. Alghe verdi filamentose hanno soffocato le pianticelle di Riccia fluitans in una vaschetta sperimentale. Ben visibili sono le bolle d'ossigeno derivanti dal processo fotosintetico perpetrato dalle alghe.
Come va anche detto che alcune specie di microalghe sono addirittura in grado di cambiare il proprio metabolismo di modo da potersi adattare alle particolari condizioni ambientali presenti e, dunque, di riuscire a prosperare anche in assenza di luce. Quindi il fatto che l’acquario “giri” senza l’impianto d’illuminazione attivato non significa che al suo interno non stia succedendo nulla. Per le ragioni sopra esposte, ritengo che la soluzione più valida sia certamente quella di procedere come di seguito riportato:
- Si posizionano fondo, legni, rocce e contemporaneamente si procede a piantumare la vasca.
- Nelle successive 48-72 ore si completa, se necessario, la piantumazione e si fanno gli ultimi ritocchi.
- Si attiva l’impianto di CO2, qualora sia stato previsto.
- Si cerca di stabilizzare l’acqua sui parametri chimico-fisici che abbiamo scelto, cercando di mantenerli il più possibile costanti nel tempo.
Nell’elenco sopra riportato, si è scritto: “…si procede a piantumare la vasca”. Ma che significa esattamente piantumare una vasca? Introdurre solo qualche pianta qua e la o si vuole intendere qualcosa di molto più specifico? Se vogliamo efficacemente contrastare lo sviluppo delle alghe, dobbiamo farlo anche allestendo acquari con una sostanziosa biomassa vegetale e curarci di metterla nella condizione di poter efficacemente competere con le alghe. Questo significa piantumare una superficie non inferiore all’80% di quella disponibile, scegliendo piante sulla base di ciò che abbiamo da offrire loro in termini di importanti parametri quali luce, CO2 e nutrienti. Quindi, inutile riempire una vasca con specie che richiedono, ad esempio, molta più luce di quella che le lampade riversano nella colonna d’acqua oppure non provvedere ad un impianto di CO2 ove questa luce sia presente. Inizialmente, almeno nella maggior parte dei casi, sono le diatomee a fare la loro comparsa come una patina marrone dall’aspetto poco attraente particolarmente visibile su foglie di piante come Echinodorus spp. od Anubias spp..

Figura 4. Come può apparire al microscopio la patina marrone costituita prevalentemente da diatomee che compare in fase di maturazione di una vasca. Campo chiaro, immersione in olio di cedro - 1000x.
Poi tocca alle alghe verdi, in genere filamentose non ramificate come Oedogonium capillare sui cui sottilissimi filamenti non è difficile veder “camminare” delle lumache quasi stessero lievitando. In altre circostanze sono alghe verdi filamentose ramificate come quelle appartenenti al genere Cladophora a caratterizzare con la loro presenza, a volte anche massiva, l’aspetto della nostra vasca. Dopo un certo tempo, le diatomee e le alghe verdi filamentose ramificate scompaiono e se si è stati abbastanza bravi o fortunati quelle filamentose non ramificate rimangono una presenza discreta, appena visibile facendoci credere che tutto stia procedendo per il meglio. A questo punto:
Questo è un altro fondamentale errore che, in genere, commette un appassionato che voglia allestire un acquario. All’interno della vasca, in così breve tempo, non si è ancora potuto creare quell’equilibrio (omeostasi) tra le varie popolazioni batteriche capace di sostenere senza difficoltà il carico organico che si va ad accumulare. L’inserimento dei pesci, pertanto, si ripercuote negativamente in particolar modo sui batteri nitrificanti che non riescono più a raggiungere una biomassa tale da ossidare efficacemente l’azoto ammoniacale. In breve in acquario si rende disponibile un eccesso di nutrienti non utilizzabili o non efficacemente utilizzabili dalle piante, ma di contro capaci di sostenere lo sviluppo delle alghe che in breve invadono la vasca. Da questo momento in poi s’inizia una lunga battaglia che spesso si conclude con una sonora sconfitta ai danni dell’acquariofilo. Quindi ed in virtù di quanto sopra scritto, si consiglia:
- Tra la terza e la quarta settimana i nitriti sono”finalmente” scesi a zero. A questo punto sappiamo che vi sono ancora almeno altrettante settimane prima che si possano introdurre i primi pesci.
- A 60 giorni circa dall’allestimento s’introducono i primi pesci cercando di completare il popolamento nell’arco di non meno di 3 settimane.
I due mesi che ci separano dall’introduzione dei pesci non debbono essere guardati come un’inutile perdita di tempo o ad un eccesso di prudenza ma debbono servire, oltre che a permettere al piccolo ecosistema di raggiungere un certo equilibrio, a noi per prendere confidenza con la vasca, per correggerne eventuali e sempre possibili derive, per cercare con piccoli e mirati accorgimenti di stabilizzare i parametri chimico-fisici dell’acqua, di adeguare la fertilizzazione, etc. orientando l’intero sviluppo a favore delle piante ed a svantaggio delle alghe.
Orientarsi tra le divisioni
Delle 5 divisioni che nel loro insieme costituiscono i protisti fotosintetici, in questa trattazione ne prenderemo in considerazione solo 3: quella delle diatomee (divisione Chrysophyta), quella delle alghe verdi (divisione Chlorophyta) e per finire quella delle alghe rosse (divisione Rhodophyta).
Diatomee. Le diatomee, conosciute anche come bacillarioficee (divisione Chrysophyta, classe: Bacillariophyceae,) sono microalghe eucariote caratterizzate da cellule isolate o riunite a formare colonie le cui dimensioni variano da pochi micron (1 micron è pari ad 1/1000 di millimetro) sino a centinaia di micron nelle specie di maggiori dimensioni. Sino ad oggi sono stati descritti qualcosa come 200 generi con circa 10000 specie anche se, molto probabilmente, il loro numero è destinato di gran lunga a salire visto quanto realisticamente ipotizzato da molti ricercatori. Le diatomee sono caratterizzate da particolari pareti cellulari dette frustoli, costituite da una silice del tipo dell’opale molto resistente, formanti due unità distinte capaci di incastrarsi una dentro l’altra come una scatola col relativo coperchio. Sulla base della simmetria che le contraddistingue, tutte le diatomee si possono raggruppare in 2 tipi fondamentali: le pennate (ordine: Pennales), a simmetria bilaterale e le centriche (ordine: Centrales), a simmetria radiale.

Figura 5. Spesso la patina marrone di diatomee che va a ricoprire fastidiosamente le foglie delle piante è costituita quasi interamente da diatomee appartenenti al genere Navicula. Campo chiaro, 400x.
Generalmente, di forma simile a barchette o bastoncini le prime, di forma rotondeggiante o triangolare le seconde.

Figura 6. Diatomee del genere Navicula. Campo chiaro, immersione in olio di cedro - 1000x.
All’interno delle cellule è possibile trovare plastidi brunastri contenenti clorofilla a e c ed un carotenoide di colore giallo-marrone, la fucoxantina. Nelle pennate, normalmente, si osservano solo 2 grandi plastidi. Nelle centriche, invece, questi sono molto più numerosi e di forma sferica. La riproduzione avviene soprattutto asessualmente per divisione cellulare. Le diatomee sono le alghe più diffuse sul nostro pianeta potendosi trovare praticamente ovunque grazie alla loro grande adattabilità nei confronti d’importanti parametri chimico-fisici come luce, T, pH, etc. Questa loro peculiarità gli permette di svilupparsi in ambienti estremi dalla natura opposta come lo possono essere i nevai d’alta quota e le sorgenti termali. Quindi non dobbiamo senz’altro sorprenderci se anche nelle nostre vasche esse vadano a costituire un’importante componente anche quando non ci è possibile percepirne direttamente la presenza ad occhio nudo. Alla pari dei cianobatteri sono da considerarsi quali importanti organismi pionieri. Non è un caso, infatti, che siano tra i primi organismi a rendersi visibili in un acquario di nuovo allestimento in particolar modo quando si sia fatto un ampio ricorso all’acqua del rubinetto quasi sempre caratterizzata da un elevato contenuto di silicio (Si). Il silicio, disponibile come acido silicico (H4SiO4), è loro necessario non solo quale costituente della parete cellulare ma anche quale elemento traccia (micronutriente) per il metabolismo ed in particolare per quanto concerne i processi che regolano la divisione cellulare. Una volta andata riducendosi la disponibilità di silicio, non sono più in grado di riprodursi in maniera massiva e questo porta ad un loro drastico ridimensionamento nel volgere di breve tempo, tanto da indurci a ritenere che siano scomparse. La comparsa di queste alghe, sotto forma di una brutta patina marrone capace di deturpare l’estetica di qualsiasi vasca, dev’essere pertanto considerata come un “fenomeno” transitorio e non costituire un serio motivo d’allarme.

Figura 7. Diatomee del genere Gomphonema, campo chiaro - 400x. Si tratta di un genere abbastanza comune capace di svilupparsi anche sottoun'intensa illuminazione.
Il loro iniziale e massivo sviluppo fa parte del naturale processo di “maturazione” e dunque costituisce una tappa quasi obbligata nella maggioranza dei casi.

Figura 8. Diatomee del genere Achanantes inflata, campo chiaro - 400x. Altro genere di di diatomee che può divenire massivo durante la fase di maturazione di una vasca.
Ad ogni modo, una eventuale e non impossibile persistenza, può essere risolta molto facilmente semplicemente aumentando la percentuale di acqua, ottenuta attraverso un impianto ad osmosi inversa, da utilizzare nei cambi periodici. In determinate circostanze, si può anche valutare l’opportunità di ricorrere, nei cambi periodici, esclusivamente a questo tipo di acqua avendo però cura di aggiungere una quantità di sali tale da equiparare la sua durezza (KH e GH) a quella effettivamente presente in vasca. Spesso, però, sono le lumache, introdotte direttamente od attraverso le uova insieme alle piante, a risolverci il problema andando a nutrirsene. Una ragione in più questa per non farci guardare col fumo negli occhi, come sovente capita, questi preziosi “collaboratori” a disposizione di ogni acquariofilo.

Figura 9. Diatomee del genere Tabellaria sviluppatesi sulle foglie di una pianta acquatica, campo chiaro - 600x.
Molto utili ai fini del controllo di questa tipologia di alghe, sono anche pesci come Otocinclus affinis o Ancistrus dolichopterus. In particolar modo, pesci come il primo, qualora i parametri della nostra acqua ce lo consentano, non dovrebbero mai mancare in qualunque acquario
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