In questa seconda e conclusiva parte dell’articolo riprendiamo il discorso relativo alle divisioni di protisti fototintetici incominciato nella prima parte con le diatomee. Faremo, infatti, conoscenza delle altre due divisioni che ancora ci mancano, ovvero, alghe verdi ed alghe rosse. Infine proveremo anche a fornire qualche piccolo suggerimento da attuarsi in tutti quei casi dove per un qualche motivo, le cose ci siano sfuggite di mano.

Figura 10. Protisti fotosintetici raccolti sulla superficie fogliare di una pianta acquatica, campo chiaro - 400x
Alghe verdi. Sono certo che qualche “purista” magari fresco di studi si potrà sorprendere nel vedere le alghe verdi classificate come protisti fotosintetici. Le alghe verdi e le piante, infatti, sulla base di analisi di sequenziamento di rRNA parrebbero avere una linea evolutiva monofiletica. Tuttavia, credo che il loro inserimento nel regno delle piante, come proposto da vari studiosi, in un appassionato andrebbe ad ingenerare solo una gran confusione. Da qui la mia scelta di continuare a considerarle come appartenenti al regno dei protisti. Le alghe verdi o clorofite (divisione: Chlorophyta) sono caratterizzate da cicli vitali molto complessi la cui particolarità, insieme a peculiari caratteristiche d’ordine morfologico, le rende differenti dalla maggioranza degli altri organismi viventi. Sino ad oggi è stato possibile descrivere 450 generi con circa 7000 specie, comprendenti forme unicellulari, coloniali o multicellulari appartenenti in maggioranza a raccolte d’acqua dolce di varia natura.

Figura 11. Alghe verdi filamentose sviluppatesi in modo massivo in una vasca in cui è stata interrotta la somministrazione di micronutrienti.

Figura 12. Infestazioni di alghe verdi filamentose (per gentile concessione di M. Picarella).
Molte specie sono dotate di una rigida parete cellulare analoga a quella riscontrabile nelle piante superiori, composta da polisaccaridi come la cellulosa. I pigmenti fotosintetici delle alghe verdi comprendono clorofilla a e b come anche carotenoidi e xantofille non in grado di mascherare le clorofille a cui si deve attribuire il caratteristico colore verde di queste alghe. I cloroplasti, contengono spesso caratteristici corpuscoli, i pirenoidi, responsabili della sintesi dell’amido, il principale polisaccaride di riserva sintetizzato durante il processo fotosintetico. La riproduzione può avvenire sia per via asessuata quanto sessuata.
Semplificando, possiamo distinguere 3 principali classi all’interno della divisione: le Chlorophyceae, le Ulvophyceae e le Charophyceae. Alla prima delle tre, appartiene il maggior numero di specie di un qualche interesse in ambito acquariofilo. Una volta andata esaurendosi la fase di fioritura delle diatomee che, come si è detto, può caratterizzare le primissime fasi di “maturazione” di una vasca; molto spesso, capita di dover assistere a quella delle alghe verdi, in genere filamentose.

Figura 13. Chladophora sp., campo scuro - 200x. Alghe di questo genere sono facilmente eliminabili anche solo aumentando la concentrazione di nitrati presenti nella colonna d'acqua.
Sulle foglie delle piante, sui legni, sulle rocce o sul ghiaietto di una nostra vasca, si possono sviluppare formazioni di varia forma, colore e lunghezza che se lasciate liberamente crescere, arrivano anche a produrre enormi masse cotonose, spesso, di un intenso color verde pisello.

Figura 14. Alghe verdi stanno ricoprendo la superficie fogliare di Hygrophyla polysperma, campo chiaro - 400x.
Responsabili del “fenomeno” sono quasi sempre alghe ascrivibili all’ordine Oedogoniales, con diverse specie appartenenti al genere Oedogonium. In particolar modo, Oedogonium capillare sembrerebbe essere la specie più diffusa nelle nostre vasche, quella che non a torto potremmo definire come l’alga verde filamentosa “tipo”.

Figura 15. Alghe verdi del genere Oedogonium hanno completamente ricoperto un tallo di Riccia fluitans, campo scuro - 100x.
Ricorrendo all’impiego di una lente con un diametro compreso tra i 60 e 90 mm, dotata di un potere d’ingrandimento di 2,5 diametri, non è difficile accorgersi della loro presenza ancor prima che possano andar a costituire un problema di maggior rilevanza consentendoci, qualora lo si ritenesse opportuno, di effettuare le correzioni del caso. La maggioranza delle specie che interessano le nostre vasche, almeno nei primi mesi di vita, mostrano una netta predilezione per acque a moderato od a lento scorrimento, per un elevato contenuto d’ossigeno e sono favorite dalla presenza di azoto ammoniacale (NH3/NH4+). La predilezione che si palesa in molte specie nei confronti di un alto contenuto d’ossigeno non deve, però, trarci in inganno portandoci ad erronee considerazioni. L’ossigeno, a seconda della concentrazione presente, può semplicemente determinare il prevalere di una specie nei riguardi di un’altra, ma non può certamente essere considerato, come talora si sente affermare, la causa primaria capace di scatenarne lo sviluppo. In un acquario di nuovo allestimento a solo poche settimane dall’avvio, non tutto l’azoto ammoniacale che vi si va ad accumulare, a causa di una biomassa nitrificante certamente non ancora adeguata, viene rapidamente ossidato come ci si aspetterebbe. Questo fa si che le concentrazioni di questo nutriente si mantengano costantemente su livelli tali da sostenere quello sviluppo algale a cui non è certamente insolito assistere e che per certi versi dev’essere considerato come qualcosa del tutto normale. Se poi, a quanto detto, si aggiunge la presenza di un substrato particolarmente ricco e magari capace, nelle prime fasi, di rilasciare nutrienti in maniera molto rapida, una biomassa vegetale ancora ridotta ed i sempre possibili errori nei dosaggi dei nutrienti, ecco spiegato il perché della proliferazione di questa comune tipologia di alghe. Quindi ed a voler riassumere, possiamo affermare che le principali cause di proliferazione di alghe verdi ed in particolare modo quando filamentose, debbano essere ricondotte a:
- Insufficienti processi di nitrificazione.
- Consistente rilascio di nutrienti dal substrato.
- Biomassa vegetale insufficiente.
- Sovradosaggi nella fertilizzazione.
Col passare delle settimane, tuttavia, la presenza di queste alghe deve ridursi progressivamente per il venir meno delle ragioni che ne avevano consentito lo sviluppo. Semmai, potrebbe palesarsi il caso opposto, ovvero si potrebbe incorrere in un sottodosaggio di nutrienti capace di portare ad un arresto nella crescita delle piante con un quasi certo aumento dello sviluppo algale. Quindi, qualora la proliferazione algale che come si è detto dev’essere guardata come un qualcosa di perfettamente normale e tutto sommato di non evitabile, non dovesse spontaneamente ridursi nell’arco di poche settimane dalla comparsa dovremmo pensare soprattutto a:
- Caratteristiche fisico-chimiche dell’acqua non idonee allo sviluppo di un’adeguata biomassa nitrificante.
I batteri nitrificanti operano in modo ottimale con valori di pH compresi tra 7,5 ed 8; mentre valori sotto la neutralità debbono essere considerati come inibenti. Non dimentichiamo, inoltre, che il processo di nitrificazione comporta produzione di acidità; acidità che dev’essere assolutamente tamponata. Una durezza carbonatica di 4°dKH, comune a molte vasche di piante, può non essere sufficiente a tamponare questa acidità. Meglio sarebbe non scendere sotto i 6°dKH. Ovviamente questo non significa che non si possano gestire vasche con un’alcalinità di 3-4°dKH; ma semplicemente il suo mantenimento su tali valori dovrebbe suggerire una maggiore prudenza in termini di popolamento. Oltre a ciò, altre ancora potrebbero essere le cause concorrenti nel determinare la persistenza di cui tenere conto. Ad esempio:
- Prolungato ed eccessivo rilascio di nutrienti dal substrato.
- Impianto filtrante sottodimensionato.
- Sovradosaggi nella fertilizzazione ma anche e, forse, più probabilmente sottodosaggi.
- Prematuro inserimento dei pesci.
- Eccessivo inserimento di pesci.
Utili nel controllo di queste alghe, sono da considerarsi molte specie di gamberetti come Caridina japonica che, però, non possono sopperire alle nostre manchevolezze e da cui dunque non ci si debbono attendere quei miracoli che, a volte, gli si vogliono attribuire.
Alghe rosse. Alle alghe rosse (divisione: Rhodophyta) appartengono 500 generi con circa 4000 specie di cui solo una minoranza si è adattata alla vita in ambienti d’acqua dolce. Si tratta di organismi essenzialmente a carattere macroscopico di una certa complessità, mentre solo un numero molto esiguo è costituito da specie microscopiche unicellulari o filamentose.

Figura 16. Alghe rosse del genere Audouinella campo chiaro - 400x.
I plastidi delle alghe rosse contengono clorofilla a e pigmenti fotosintetici come le ficobiline responsabili del caratteristico colore rosso ravvisabile in quelle adattatesi alla vita in ambiente marino. In acqua dolce, per la netta predominanza di altri pigmenti come le ficocianine, il colore è generalmente bruno-violaceo. Nelle alghe rosse non troviamo cellule flagellate e si deve registrare una totale assenza di qualunque capacità di movimento La riproduzione può aver luogo sia asessualmente, mediante liberazione di spore, o sessualmente attraverso l’espletarsi di cicli molto complessi. Malgrado siano poco meno di un centinaio le specie adattatesi alla vita in acqua dolce, per l’acquariofilo vanno a rivestire una grande importanza. A questa divisione, infatti, ed in particolare modo all’ordine Nemalionales si possono ascrivere le famigerate “alghe a pennello” di cui la specie più rappresentativa è probabilmente Audouinella violacea.

Figura 17. Altra immagine di Audouinella sp., campo chiaro - 400x.
La caratteristica capacità di formare ciuffi compatti ed il colore scuro ci permettono di riuscire con una certa facilità nel distinguerle dalle alghe verdi. La comparsa di queste alghe costituisce sempre un problema, non essendoci specie fitofaghe ospitabili nei nostri acquari in grado di cibarsene ed essendo refrattarie ai comuni trattamenti antialghe. La principale causa a cui si può ricondurre la loro comparsa, è l’eccessivo carico organico capace di palesarsi in molte vasche, in particolar modo quando si sia andato ad introdurre prematuramente i pesci o si sia ecceduto per numero o dimensioni. Da quanto sopra esposto, ne dovrebbe derivare una semplice quanto fondamentale regola per chiunque voglia dedicarsi alla gestione di un acquario; regola che dovrebbe portarci a vedere le piante come vere ed indiscusse protagoniste di una vasca relegando i pesci ad avere un ruolo subordinato. Il mancato rispetto di questa basilare regola, in particolare modo da parte di chi non ha molta esperienza, è forse il principale motivo dei tanti insuccessi lamentati.
Quando le cose sfuggono di mano
Anche quando si ritenga di aver fatto ogni cosa nel miglior modo possibile, i protisti fotosintetici possono arrivare a costituire una presenza fastidiosa se non addirittura inaccettabile. Vediamo, allora, come sia possibile cercare di porre rimedio ad una situazione che, per un qualche motivo, ci sia sfuggita di mano.
Diatomee. Abbiamo visto come le diatomee debbano essere considerate una tappa transitoria del processo di maturazione di ogni vasca. Ciò non di meno, a volte, può capitare di assistere ad un loro ostinato quanto fastidioso perdurare nel tempo. In questo caso, come anche ogni qualvolta si vada a ripresentare il problema, occorre:
- Effettuare i periodici cambi parziali utilizzando esclusivamente acqua ricavata da un impianto ad osmosi inversa.
- Inserire specie fitofaghe in grado di controllarne efficacemente la crescita.
Il ricorso a prodotti chimici non è affatto necessario essendo molto semplice, sulla base dei suggerimenti sopra esposti, venire a capo della situazione in tempi rapidi. Inoltre un certo sviluppo di diatomee sui vetri può essere considerato del tutto normale e tale da non doversi guardare con sospetto. Questo in particolare se la frequenza con la quale si deve operare la pulizia dei vetri si mantiene costante nel tempo.
Alghe verdi. Come le diatomee, alcune specie di alghe verdi, sono da considerarsi parte del processo di maturazione od una normale componente della vasca come certe alghe verdi appartenenti al genere Chlorococcum che vanno a punteggiare fastidiosamente i vetri.

Figura 18. Alghe verdi del genere Chlorococcum raccolte sulla superficie di un vetro di un acquario funzionante da alcuni mesi, campo chiaro - 1000 x.
Dunque, prima di fare qualcosa occorre essere certi che sia davvero necessario farlo. Qualora stabilita questa necessità, occorre:
1. Accertarsi che la disponibilità di nutrienti non sia superiore alla richiesta da parte delle piante presenti.
In tal caso si deve:
- Effettuare alcuni periodici cambi d’acqua con frequenza più ravvicinata ed impiegando esclusivamente acqua proveniente da un impianto ad osmosi inversa.
- Adeguare il dosaggio di nutrienti alla effettiva richiesta.
- In alternativa ed ove possibile, aumentare l’erogazione di CO2 di modo da aumentare la richiesta di nutrienti da parte delle piante.
2. Accertarsi che la disponibilità di nutrienti non sia inferiore alla richiesta delle piante presenti.
Qualora ciò sia appurato, occorre:
- Individuare l’elemento o gli elementi limitanti la crescita delle piante e provvedere a fornirli in adeguate concentrazioni.
Pur esistendo in commercio vari prodotti che possono essere considerati efficaci contro le alghe verdi, il loro impiego può risultare del tutto inutile se prima non si è provveduto a rimuovere le cause che hanno condotto alla proliferazione algale.
Alghe rosse. Si tratta della tipologia algale forse più difficile da contrastare e per questo è sempre buona norma non sovraccaricare una vasca. Quando il problema si presenta, occorre:
- Ridurre il numero dei pesci
- Rimuovere dal fondo i detriti in decomposizione
- Eliminare le foglie maggiormente colpite
- Ricorrere ad un breve ciclo di filtrazione attraverso carbone attivo di qualità
- Ricorrere ad adeguato trattamento chimico
Purtroppo non esistono in commercio prodotti specifici che ci possano consentire di avere facilmente ragione di queste alghe. Quindi, una volta rimosse le cause, che però non conducono alla scomparsa delle alghe già presenti in vasca, occorre anche eliminare le foglie più colpite e trattare le rimanenti con acqua ossigenata (H2O2). Con l’aiuto di una siringa, si riversa sui ciuffi rimasti un certo quantitativo di acqua ossigenata, accertandosi di non eccedere complessivamente la dose di 1 ml di H2O2 ogni 5 litri di acqua dell’acquario. Trenta minuti dopo il trattamento, da effettuarsi a filtro spento, si attua un normale cambio parziale d’acqua in ragione del 20-30%.
Conclusioni
Ovviamente e come già anticipato, non è possibile esaurire un argomento così vasto in un solo articolo di poche pagine. Sono davvero molte le cose che si sarebbero ancora potute dire e di cui, invece, non si è nemmeno fatto cenno. Ciò non di meno, attraverso un’attenta lettura di quanto ho voluto scrivere, credo si possano cominciare a porre le basi affinché i protisti fotosintetici siano guardati un po’ meno con quella rassegnata fatalità con cui spesso si guardano.
Bibliografia
- HEINZ STREBLE, DIETER KRAUTER (2002), Atlante dei microrganismi acquatici. Franco Muzzio Editore.
- STRASBURGER (1982), Trattato di botanica. Antonio Delfino Editore.
- PURVES, ORIANS, HELLER, SADAVA (2002). Biologia: l’evoluzione della diversità. Zanichelli
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